Il negoziato per
l’ammissione della
Turchia alla Comunità
Europea ha subito un
serio rallentamento
tanto da deludere i
cittadini di quel Paese
che avevano sostenuto
con entusiasmo
l’adesione. Oggi gli
scettici ingrossano le
loro fila. Ai Governi
europei valutare se una
Turchia fuori dalla CEE
rappresenta una scelta
coerente e conveniente
per lo sviluppo e la
pace del Medio Oriente.
Dopo l’assalto
dell’esercito di Tel Aviv
alla Mavi Marmara,
la nave degli attivisti che
si opponevano al blocco di
Gaza, la Turchia è scomparsa
dalle prime pagine dei
principali giornali europei
ed americani. Perché? E che
relazione ha tutto ciò con
il processo d’integrazione
della Turchia nella CE? Sono
i turchi che stanno perdendo
interesse all’adesione o -
come sostengono alcuni
osservatori – sono gli
europei che non assumono
decisioni adeguate
allontanandola da Bruxelles?
L’immagine della Turchia di
oggi non ha niente a che
vedere con la Turchia che
siglò nel 1963 il primo
accordo di cooperazione con
l’Unione Europea così come è
un Paese assai diverso da
quello che nel 2005 avviò le
trattative ufficiali per
integrarsi alla CE.
Qualche cifra spiega la
situazione attuale del
Paese: La Turchia ha 72
milioni di abitanti, un
reddito pro-capite di 6.660€
annui. Nel 2010 il PIL è
cresciuto del 7% e
l’inflazione è ferma al
6,3%. Giova ricordare che
negli anni ’90 era del 75%.
La disoccupazione è
scesa al 10% mentre
il debito pubblico è pari al
45% del Pil (Ad es. quello
dell’Italia sfiora il 118%)
Con questi numeri un
analista economico
occidentale ha definito la
Turchia come “La Cina
d’Europa” dato che
il suo tasso di crescita è
il più alto dell’area Ocse.
E allora cosa impedisce alla
Turchia una piena
integrazione in Europa? Le
difficoltà principali
risiedono proprio nella sua
impetuosa crescita economica
così come nel suo recente
attivismo in politica
estera. Da sempre la Turchia
è la cerniera tra
Europa e Asia e la
sua posizione strategica è
stata essenziale anche
durante la guerra fredda
quando, assieme alla
Norvegia, era il solo Paese
della Nato, alla quale aveva
aderito fin dal 1952, a
confinare con l’URSS. La
politica estera di Ankara ha
ricevuto un forte impulso
soprattutto in Medio
Oriente, nei Balcani e
perfino in Africa. Non c’è
dubbio che la vittoria alle
elezioni politiche del 2002
dell’Akp (Partito del popolo
e dello sviluppo) seppure
caratterizzato da posizioni
islamico-moderate, ha
spostato l’iniziativa
diplomatica nel senso di una
maggiore solidarietà
musulmana. Non sono mancati
errori in questo senso ed
una maggiore
prudenza nella difesa di
posizioni solidali alla
causa palestinese
avrebbero evitato un
coinvolgimento diretto del
governo turco. Del resto va
detto che se Israele non
avesse sparato ed ucciso
nove attivisti turchi,
l’incidente avrebbe avuto
bel altro rilievo.
Questa non è stata l’unica
posizione scomoda assunta
dal governo del Premier
Erdogan che avrebbe potuto
evitare un atteggiamento
troppo comprensivo per il
presidente sudanese Al
Bashir accusato di genocidio
e crimini contro l’umanità.
Tuttavia le reazioni
occidentali lasciano
perplessi per tempismo e
intensità. Infatti certe
accuse (mosse specialmente
da Francia e Germania) di
avere appoggiato con il
Brasile il programma
nucleare iraniano non
giustificano la censura
della posizione turca
arrivata a mettere in dubbio
il suo schieramento
occidentale critica che
nessuno ha pensato di
rivolgere a Lula. Non
bisogna dimenticare gli
umori del popolo (il 99,8%
di religione musulmana e di
confessione sunnita) e
questo probabilmente spiega
alcune posizioni ufficiali
del Governo di Ankara.
Da un punto di vista
economico sembra
incomprensibile una
posizione europea che faccia
a meno dell’economia più
vitale tra quelle accolte
nell’Unione o sul punto di
esserlo. Ad
un’analisi attenta non può
sfuggire che la struttura
economica del Paese è
stabile, con un sistema
bancario solido dimostrato
anche dai settori trainanti
come quello manifatturiero
che produce automobili,
elettrodomestici, cemento,
scarpe ovvero il grande
sviluppo dell’edilizia
residenziale e delle
costruzioni delle grandi
opere pubbliche. Del resto
il Paese non può contare
sulle materie prime ed è
costretto ad un’economia di
trasformazione.
L’Europa deve quindi
decidere se i vantaggi
dell’inclusione della
Turchia possono essere messi
in discussione da aspetti
suppur seri come la
questione cipriota,
ma non irrisolvibili e
comunque non tali da
giustificare 5 anni di
trattative che hanno
prodotto magri risultati.
Inoltre emarginare
la Turchia significa perdere
ogni influenza sui Paesi ad
Est dei suoi confini
e sul Medio Oriente dove
viceversa Ankara può giocare
un ruolo di mediazione tra
Israele ed i Paesi arabi
della regione.
La questione non è discutere
l’ccidentalità della
Turchia, la questione è
evitare la marginalizzazione
di un Paese che se dovesse
scivolare su posizioni
fondamentaliste
allontanerebbe per sempre
una prospettiva di pace e
dialogo con quell’area del
mondo politicamente
esplosiva. In questa
prospettiva non bisogna
dimenticare il ruolo giocato
dall’esercito da sempre
elemento in grado di
condizionare la vita
democratica. La Turchia ha
il più grande esercito al
mondo a parte gli Stati
Uniti. Il suo schieramento è
sempre stato occidentale.
All’Europa conviene che
continui ad essere così.