La Turchia - La Religione

VIENI, CHIUNQUE TU SIA

Situata ai margini dell'Europa, la Turchia oggi non è piu il paese del "Grano  Turco", il sovrano dell'Impero Ottomano che tanto ossessionava i'immaginario dell'Occidente, ma una terra accogliente, di antiche civiltà che si possono scoprire a sole due o tre ore di volo dalle capitali europee...

 

 


Piazza di "Kizilay Meydani" - Ankara

(Il centro di Ankara)
 

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Cristiani in Turchia

Appunti di viaggio di Franco Costa

Cristiani in Turchia Aldo Maria Valli: il significato di una presenza di Matteo Spicuglia

Un pò di storia...

Puglia - Turchia:

due sponde dello stesso "Mare Nostrum"

Antiochia e Dintorni...

L'esplosione incontenibile di gioia dei giocatori turchi dopo la vittoria ai rigori sui rivali croati nel secondo quarto di finale di Euro 08.


Origine turca per gli antichi Etruschi :

L'origine 'misteriosa' degli Etruschi sembra destinata ad essere ben presto svelata, grazie all'aiuto della genetica.

Fuga di Mezza Notte è un Bluff:

L’uomo che ispirò il film: «Chiedo scusa alla Turchia»

Né stupri né torture in carcere
«Fuga di mezzanotte? Un bluff»

 

Missione Caprini:

il contributo dell'arma dei carabinieri per il
riordino della gendarmeria ottomana.

Dal 1° gennaio 2009 al via le prime trasmissioni in curdo in Turchia

 

L'Anatolia (la parola, di origine greca, significa "all'est") fu in effetti un luogo di passaggio dove videro la luce le più antiche civiltà del bacino del Mediterraneo.

Prima dell'arrivo dei turchi, vi si insediarono altri popoli come gli hittiti, i frigi, i romani e i bizantini, diretti ora verso la steppa, ora verso quel mare "colore del vino", come lo definiva Omero. Quanto ai turchi, ultimi abitanti dell'Anatolia, dopo una lunghissima marcia dai confini della Cina al Mediterraneo orientale, essi arrivarono su questo altopiano secco e freddo d'inverno, ma circondato di regioni subtropicali dal clima tiepido, verdeggianti e ricche d'acqua.

Questo paese, che assomiglia

alla testa di una giumenta

venuta al galoppo dall'Asia lontana

per immergersi nel Mediterraneo,

questo paese è il nostro.

Cosi cantava Nazim Hikmet, grande poeta turco (Salonicco 1902 - Mosca 1963) che doveva morire in esilio, lontano dai suoi e dalla sua lingua. Questo paese è "il nostro", ma non perché l'abbiamo conquistato con qualche migliaio di cavalieri venuti dall'Asia centrale. In questa vicenda storica noi siamo stati nello stesso tempo conquistatori e conquistati, perché la terra d'Anatolia ci ha plasmato così come noi l'abbiamo a nostra volta plasmata. E i cavalieri turchi che attraversarono il Danubio non erano necessariamente "nostri antenati".

Ma Turchia non è solo storia di popoli scomparsi, né culla di antiche civiltà. Certo, essa abbaglia il turista con la ricchezza del suo passato storico e la bellezza dei suoi paesaggi. Ma essa è anche una lingua, il turco, che fu il solo elemento di continuità durante la lunga marcia in cui i turchi adottarono successivamente credenze sciamaniche, manichee, buddiste, nestoriane, poi musulmane (di credo sunnita) e scelsero di scrivere in caratteri runici, sogdiani, arabi e infine - dopo il 1928 -

latini. Questa lingua detta "agglutinante", che appartiene alla famiglia delle lingue altaiche, si caratterizza per l'armonia vocalica e per una morfologia basata sull'aggiunta di suffissi.

La lingua turca è la mia vera patria, poiché, nonostante io abiti a Parigi ormai da vent'anni, è in turco che scrivo i miei romanzi. Di fatto, uno scrittore non abita né un paese né una città, ma una lingua. Il turco è il mio scantinato dove io mi trovo nella scrittura come il nocciolo sta dentro il frutto. E quando io scrivo in questo scantinato alla luce della mia lampada, è attraverso le parole della mia lingua materna che la Turchia spunta come un miraggio nel deserto.

Il mio paese: prima di tutto Istanbul, che si chiamava anche Lygos, Bisanzio, Costantinopoli, la Nuova-Roma, la Porta della Felicita, la Casa del Califfato, la Sublime Porta,"vedova ancora vergine dopo mille sposalizi" secondo un poeta turco incollerito, città per eccellenza che non ho mai smesso di cantare nei miei libri. Curiosamente è a Parigi, al risveglio da un sogno, alla luce della mia lampada che ci abbatteva sui fogli bianchi, oppure altrove, durante i miei interminabili viaggi attraverso il mondo, che ho spesso ritrovato Istanbul. Non si trattava di un lancinante ricordo che aleggiava nell'aria, né di un rimorso piantato come un ferro rosseggiante nel mio cuore, ma di una città reale dove io avevo "rovinato la mia vita", come diceva Kavafis, il poeta alessandrino originario di Istanbul:

Nuovi luoghi

non ne troverai affatto

né altri mari,

La città ti seguirà.

E la città mi segue. Adesso che ho di nuovo la possibilità di andare a sfiorare i suoi tre mari e i mulinelli del Corno d'Oro, di accarezzare le sue torri, le sue cupole, i suoi minareti, di sfregare il mio viso sui suoi bastioni, sui muri anneriti, di abbracciare le due rive del Bosforo che hanno forma di labbra socchiuse, di inerpicarmi sulle sue colline e i suoi tornoni, di riposarmi infine all’ombra dei suoi platani dopo tutte queste follie amorose, adesso che posso possederla e penetrarla di nuovo dopo una cosi lunga assenza, che cosa posso dire di lei se non raccontare il mio desiderio inappagato di questa "vedova ancora vergine dopo mille sposalizi"?

Prima di scrivere il mio ultimo libro, Il romanzo del conquistatore (che sta per essere pubblicato in Italia) non avevo la minima idea delle peripezie relative alla caduta di Costantinopoli, né degli innumerevoli combattimenti che si dovettero ingaggiare perché la città si arrendesse. Ignoravo che all'inizio dell'assedio il terribile cannone fatto fondere da Orban era scato trascinato a fatica da cinquanta coppie di buoi e da quattrocento artiglieri fino alla porta di Kaligaria, e che era scoppiato volatilizzando coloro che si trovavano attorno, dopo che molti suoi tiri avevano aperto profonde brecce nelle mura. Tantomeno avevo avuto sentore delle disperate notti di Maometto II (Mehmet II) che noi chiamiamo "il Conquistatore", dei suoi incubi - sì, degli incubi! -, della tenacia con cui Zaganos Pascià aveva consentito il prolungarsi dell'assedio, del diluvio di frecce, palle di cannone, pietre, che s'abbatteva sull'armata ottomana, dei cadaveri dei giannizzeri ammucchiati nei fossati ai piedi dei bastioni.

Come avrei voluto avere conoscenza dell'enorme catena pesante tonnellate che gli assediati, all'altezza di Galata, avevano teso tra le due rive del Corno d'Oro per respingere la flotta ottomana, del sostegno portato a Bisanzio dai genovesi e dai veneziani, del misterioso fuoco greco che incendiava persino le onde! Solo parecchi anni dopo, lontano da Istanbul e dalla mia solitudine musulmana nel collegio del liceo di Galatasaray, ho potuto infine impadronirmi della storia della mia città, grazie ai libri che ho divorato nella biblioteca della Sorbona, e sono stato in grado così di scrivere questo romanzo.

Il mio paese: il blu del mare, la distesa della steppa anatolica, i paesaggi lunari della regione del lago di Van, gli uomini preistorici e i camini delle fate in Cappadocia, gli arcangeli sul punto di spiccare il volo dai muri di Santa Sofia. Chiese e moschee, templi e cupole, campanili e minareti, ma anche il sole hittita che continua a brillare nel cielo di Ankara, la città preferita da Mustafa Kemal Ataturk che ne fece una moderna e dinamica capitale.

La Turchia: case dai tetti di paglia e argilla, bambini che giocano con gli aquiloni su un'aia per la battitura, il viso triste di una donna che prende l'acqua a un pozzo, campi di cotone e di papavero che sfilano attraverso il finestrino di un treno. Officine, luoghi di reclutamento per contadini a giornata, camion, carretti, asini sfiniti e malati, pioppi, trattori addobbati come degli sposi, il suolo screpolato, un albero isolato nella pianura, delle canzoni. Soprattutto canzoni d'esilio:

Solo da Dio la morte è decretata

Ah! Se noi non fossimo stati seperati!

Se più di due milioni di turchi vivono oggi all'estero, ne restano ancora sessanta milioni per accogliervi con le braccia aperte, con questi versi di Gialal ad-Dìn.... Rumi, grande poeta mistico e fondatore della setta del dervisci danzanti:

Vieni, chiunque tu sia, vieni

Che tu sia infedele o pagano vieni

Il nostro convento non è la dimora dei disperati

Vieni, anche se tu ti sei pentito cento

Volte.

Mevlana Celaleddin-i Rumi (padre dei dervisci danzanti)

 

 

Nedim Yılmaz

(Autore turco)


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